• Medico specialista in Psichiatria, Psicoterapeuta, Psicoanalista

La regola della Vita
Il morire e l’angoscia di morte

La regola della vita. Il morire e l’angoscia di morte, di Lodovico Berra


La morte è il problema fondamentale della vita. Vi è un rapporto inscindibile tra vita e morte ed ogni riflessione profonda sull’esistenza richiede il confrontarsi con essa. Ogni essere umano è debole di fronte a questo evento e facilmente il confronto con la morte comporta malessere e disagio. Essa viene temuta, odiata, evitata, sembra non avere soluzioni. Rimane lì, ferma, indiscutibile, senza possibilità di scampo, senza risposte soddisfacenti o soluzioni risolutive.

Sebbene l’argomento faccia parte della storia dell’uomo e sia stato trattato ampiamente in letteratura, nell’arte e nella filosofia, rimane una evidenza irrisolvibile.

Le risposte sono sempre esili, fragili, relative. Sembra non esistere una soluzione soddisfacente a questo problema che si presenta, prima o poi, nella vita di ogni essere umano. Frequentemente emerge durante l’attività psicoterapeutica, ma raramente viene affrontata o risolta. Anche in questo contesto non vi sono strumenti adeguati e si tende ad evitarla, a metterla in secondo piano, a ridurla a teorie ed ipotesi che tamponano transitoriamente.

Il problema della morte deve essere affrontato in un modo che non può essere solo scientifico o intellettuale. Esso richiede un impegno emotivo e spirituale. Richiede un esercizio, costante e prolungato, senza esitazioni o timori.

Irvin Yalom in un suo libro (Fissando il sole, Neri Pozza, 2017), dedicato alla paura della morte, sostiene come non sia facile vivere ogni istante consapevoli di dovere morire. È come cercare di fissare direttamente il sole: si riesce a sopportarlo solo per poco. Propone così una serie di espedienti per sfuggire a questa angoscia universale.

Forse, al contrario, il problema della morte deve essere affrontato, esplorato, penetrato, senza paure o sotterfugi.

La morte è una occasione per comprendere la vita, per viverla in modo più autentico e vero. Essa non è necessariamente un evento negativo o terribile. È la legge della natura, è una regola necessaria, è ciò che ci può consentire di dare un giusto valore alla vita. Non sfuggendo o negando possiamo risolvere un problema. È solo accettando, comprendendo, conoscendo, che possiamo risolvere l’angoscia di morte.

Fissando la luce, poco per volta, ci si abitua.

Per Yamamoto Tsunetomo (All'ombra delle foglie. Precetti per un samurai. Edizioni Mediterranee, 2010), l’autore della Hagakure, il codice segreto dei Samurai, è necessario prepararsi alla morte, mattina e sera, in ogni momento della giornata. Solo quando si è pronti a morire si padroneggia la via. È perciò necessaria una preparazione ad un percorso che raramente viene proposto o affrontato. In questo senso quello che seguirà è una sorta di esercizio sulla morte. Affrontare la morte può divenire un percorso di rivelazione, che porta a scoprire la vera essenza dell’esistenza.

Lo scopo di questo libro non è dare strategie di soluzione, tecniche o trucchetti, ma è quello di riflettere, osservare e pensare la morte per provocare una conversione del suo significato. Questo processo non avviene solo attraverso la comprensione del suo senso, la conoscenza dei suoi meccanismi o degli effetti sulla nostra psiche.

Affrontare la morte richiede una rielaborazione interiore, emotiva ed intuitiva. È un processo lungo e complesso che richiede pazienza e costanza. È un percorso interiore, che bisogna avere il coraggio di intraprendere. Non possiamo evitare il problema, anche se all’opposto non dobbiamo lasciare che si prenda tutta la vita. Numerosi filosofi hanno trattato l’argomento, da più prospettive e con considerazioni a volte molto diverse (capitolo 1). Rimane però sempre sullo sfondo una sorta di rassegnazione e impotenza di fronte alla morte e alle sue implicazioni.

La Psicologia (capitolo 2) è stata sovente accusata di non aver mai affrontato veramente la morte, lasciandola in secondo piano o evitandola. Sembra che la psicologia si debba occupare più dei problemi della vita piuttosto che della sua conclusione. In questo senso può essere importante considerare la morte dell’Altro, come lutto o come perdita (capitolo 3), il che, nonostante tutto, è notevolmente diverso dalla propria morte. Solo la psicologia esistenziale ha preso una posizione più decisa, ponendola addirittura al centro della sua visione psicodinamica.

I fenomeni psichici possono acquisire nuovi significati e sfumature all’interno delle patologie mentali (capitolo 4). La psicopatologia è come una lente di ingrandimento per osservare vissuti e pensieri. Così l’analisi della morte all’interno di alcuni disturbi psichici (come la depressione, il disturbo di panico, l’ipocondria o la necrofilia) può consentirci di allargarne la visione e la comprensione.

La morte, di base, è un fenomeno biologico (capitolo 5). Noi moriamo perché il nostro corpo, ad un certo punto e per varie cause, si spegne. È utile perciò indagare sui processi biologici che determinano la morte, in modo da osservarla nella sua essenza, con un occhio più lucido ed oggettivo. La morte si connette inevitabilmente con la malattia e il dolore (capitolo 6) che rappresentano un promemoria fondamentale, in grado di rammentarci la nostra fragilità e finitezza. Fatto indiscutibile è che la morte genera, nella maggior parte degli esseri umani, paura, terrore o angoscia. L’angoscia di morte (capitolo 7) è un sentimento unico, intenso e profondo, non confrontabile con nessun’altra emozione. Simmetrica e complementare è l’angoscia di vita (capitolo 8), cioè la difficoltà da parte di alcuni, nel sostenere e sopportare tutto ciò che si presenta nel corso dell’esistenza. Le due angosce si intrecciano, si sommano, si sovrappongono ed evidenziano due modi diversi di porsi di fronte all’esistenza.

L’angoscia di morte si genera poiché può essere pensata, ed è così una esperienza esclusivamente umana, che solo l’uomo può concepire. Ciò è dovuto al particolare modo in cui è organizzata la nostra mente, a come essa funziona e a cosa è in grado di costruire (capitolo 9). Il nostro pensiero condiziona ciò che siamo e quindi anche il nostro modo d’essere, che può essere autentico o inautentico (capitolo 10). Pensare la morte, sentirla come possibilità e come angoscia, diviene così un’occasione unica, in grado di rendere vera ed autentica la nostra vita. Ciononostante la morte è spesso un argomento che viene evitato, negato oppure interpretato in vario modo, per poter essere sopportato (capitolo 11). A volte, in casi di grave sofferenza psichica o fisica, è vissuto come una liberazione e raramente sentito come una conclusione giusta e serena. In ogni caso non è accettabile che la morte sia messa da parte, nascosta o evitata poiché il momento della nostra fine, prima o poi, per tutti noi, inevitabilmente arriverà e non dovrà coglierci impreparati. La preparazione alla morte (capitolo 12) richiede che essa sia affrontata ed accettata, compresa e assimilata, per poter consentire di vivere più intensamente e consapevolmente.

Una esistenza vissuta senza consapevolezza può essere leggera e spensierata ma rimane una illusione per l’essere umano, costretto e condannato a prendere atto che vita implica morte, che non c’è vita senza morte, che vivere vuol dire inevitabilmente morire.



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